È questo un uomo?

foto di Massimo Sestini 

Ho perso il conto degli inverni trascorsi navigando il canale d’Otranto, scorrazzando fra Puglia, Montenegro, Albania. Non perché nel porto di partenza la mia vita fosse in pericolo o perché fuggissi dal disagio estremo di quelle nazioni circondate dal Sahara dove il caso ti impone la scelta più crudele: restare, quindi perire di fame, di malattie terribili, di malattie banali, perché senza il giusto medico anche un’influenza può diventare grave quanto un’emorragia arteriosa. Oppure fuggire, consapevoli di affrontare deserti, prigioni, banditi, stupratori, terroristi. Conscio che ti aspetteranno mesi di peregrinazioni, a volte anni perché nel frattempo un sadico mastro Titta si è divertito a schiavizzarti in qualche prigione libica, strappandoti unghie con pinze da barbecue o usando i tuoi genitali come fossero la batteria della vecchia automobile che non vuole saperne di partire.

Figlio dei privilegi piccolo borghesi che la santissima Unione Europea mi concede, affronto anche io, seppur per assai frivole ragioni, l’alto mare. Quello dove non hai punti di riferimento terrestri, l’orizzonte sembra identico in qualsiasi direzione possa voltarti e sotto i tuoi piedi è nero come il portone di un inferno liquido  abitato da fiere spaventose. E lo faccio ben attrezzato, con una barca solida, dotata di ogni comfort e di tutti i sistemi di emergenza immaginabili. E ciò nonostante, una volta lì, in quella “terra di nessuno”, mi rendo conto che anche la mia vita di marinaio esperto, equipaggiato a dovere, in costante contatto con quella civiltà che se qualcosa andasse storto mi soccorrerebbe in un istante, anche in queste circostanze la mia vita appare appesa a un filo. Un cambio di corrente, una folata di vento, un detrito, un ostacolo non segnato sulle mappe, una piccola disattenzione, un errore nel valutare la quantità di carburante a bordo, uno scivolone sulla prua bagnata dalla spuma. Basterebbe anche solo uno di questi apparentemente insignificanti scherzi del destino perché quell’inferno liquido mi inghiottisse nella sua pancia di predatore che non perdona. Una pinna nera, improvvisa, maestosa, inconfondibile, uscita senza preavviso a pochi piedi dalla poppa dove ero intento a pescare, mi ha ricordato questa terribile verità: per quanto tu sia ben equipaggiato in mare non esiste la certezza di rientrare, ma solo possibilità che tutto vada bene. Immaginate allora un uomo che spesso il mare non lo aveva mai visto prima, sfinito dalla traversata del deserto e di chissà quali altri inferni, dissanguato da qualche affarista senza scrupoli che gli ha succhiato i risparmi di una vita per piazzarlo su una bagnarola che i tempi migliori li ha dimenticati. O su un vecchio gommone di pochi metri, senza strumenti di navigazione o pompa di sentina, del tutto inadatto ad affrontare un mare  feroce come il Mediterraneo, rattoppato qua e la, con falle mai suturate lungo quella chiglia dove terrà i suoi piedi a mollo per l’intera traversata, magari con in corpo la Polmonite o il colera che nonostante la situazione già oltre limiti delle possibilità umane, non saranno clementi. Immaginatelo li, nella “no man’s land” (non uso a caso termini bellici) con la propria vita nelle mani di uno scafista che non ha come priorità la sicurezza del nostro uomo, ma solo portare a termine la missione e cinicamente intascare la sua quota in questo spregiudicato giro di vite. E per far ciò sarà disposto a sacrificare chi accompagna, perché in mare aperto chi non impugna il timone è zavorra parlante e nient’altro.

Immaginate la tensione che non ti lascia dormire notti intere, il sole che non darà pace fino al tramonto, la paura che anche uno spillo caduto nel modo sbagliato possa porre fine alla tua vita. No, non potete immaginarlo. Potreste fare un esperimento la prossima volta che uscirete in barca con i vostri amici. Raggiungete il largo, neanche troppo al largo, e fatevi lasciare li per qualche minuto, per gioco, con la barca lontana. Sentirete quasi all’istante il panico del non avere più punti di riferimento e accanto a voi un abisso tutt’altro che metaforico, e le sue creature disinteressate al vostro passaporto e ai vostri diritti di naufrago. Pensateci la prossima volta che sentirete un indecente, immeritevole Ministro come Di Maio, mentre legittima il sequestro plurisettimanale  di una nave carica di profughi con frasi del tipo “non ci sono emergenze”, “l’Europa non ci aiuta”. Parole crudeli di burocrate, di un incompetente inconsapevole degli incubi che quelle persone a bordo stanno vivendo a prescindere che la nave su cui viaggiano stia affondando o meno. Oppure frasi di un criminale che per mera accettazione elettorale tiene alla berlina gente con la colpa di non poterlo votare. O di essere nata lontana. Come se il passaporto si potesse scegliere e l’essere italiani fosse un titolo di merito, un elemento di superiorità antropologica dettato dal caso. Questo quando la sola forma di “superiorità” accettabile è dettata dalla possibilità di salvare e quindi nel dovere di recuperare chiunque si trovi al largo nel modo più celere possibile, a prescindere da nazione o da patologie a bordo. È così per la coscienza di ogni marinaio, di chi il mare lo conosce perché su di esso ci vive, non di leghisti, forzisti e terroni vestiti per la festa di San Patrizio.

Loro parlano per partito preso, per principio o perché ascoltano i Giordano e Del Debbio che assecondano questo osceno carrozzone di analfabeti. Imbecilli che non sanno nulla di ciò che blaterano. E non lo dice il sottoscritto. È così per un’infinità di convenzioni marittime (Solas, Search & Rescue, UNCLOS) ed è così da tempo immemore. Ricordatelo ai vostri amici incompetenti quando vi parlano di persone abbronzate e palestrate che si fanno la passeggiata in mare. In mare non esistono passeggiate neanche per chi il mare lo affronta per relax. Lo sapevano i fenici. Noi lo abbiamo dimenticato.

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