Albertone Sordi, 100 anni e qualche giorno

Grande, spesso grandioso, non iconico come Mastroianni, né esagerato come Volonté, nemmeno istrionico come Gassman. Ma esagerato, istrionico, iconico. Non archetipo reale e neorealista dell’italianità più sfacciata, come la vulgata banalista da miniserie Rai lascia intendere (inguardabile la fiction con Edoardo Pesce), ma sua dilatazione immaginifica. Surreale ma non troppo, grottesco ma nei limiti della plausibilità. Maschera esagitata, ammonitrice dei nostri vizi, delatrice delle nostre e debolezze. Principe e clown. Cavaliere e birbante. Gigolò e burlone. Tanto, tantissimo, a volte troppo; compendio assurdo del secolo più assurdo deriso per intero. Dalla follia della guerra all’era tragicomica di quel cinepanettone che soltanto lui ha reso commestibile. Alberto è tutto ciò che bramiamo d’essere e insieme quanto di peggio temiamo di diventare. È tutti, ma di più, è ognuno di noi, ma oltre. Non meglio, anzi spesso peggio, ma di più.

Un secolo prima che Alberto nascesse, Gioacchino Belli scrisse quel celebre sonetto calzante perfettamente col personaggio più sottovalutato ma riassuntivo di una carriera dopo la quale il cinema italiano non sarebbe mai più stato lo stesso; perché nonostante De Sica, Fellini, Germi, malgrado Antonioni, Rossellini, Monicelli, resterà diviso in due filoni: pre-Alberto Sordi e post-Alberto Sordi.

Si Albè, “tu sei tu, e noi non siamo un cazzo”.

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