Banana Jobs

And the oscar goes to… Teresa Bellanova e lo sbalorditivo coup de théâtre con cui ha festeggiato il decreto rilancio che nelle appendici riservate all’agricoltura rende taluni extracomunitari precari un po’ meno precari, ma giusto il tempo di una vacanza in Versilia. Commozione e lacrime da Nelson Mandela che annuncia la fine dell’Apartheid per la solita foglia di fico elettoral/buonista che accontenta le pance piene della sinistra delle battaglie generaliste e dell’ impegno zero nel ben più impegnativo mondo reale.

Da smaliziati disillusi della politica eravamo abituati alle sceneggiate cariche d’empatia proletaria delle aristocrazie politiche. Elsa Fornero, Hillary Clinton, in tanti hanno cercato di mitigare la propria immagine o legittimato la propria azione politica mostrando il lato umano più fragile e alcuni lo hanno fatto così bene che Leoncavallo in persona avrebbe desiderato tanta credibilità per la sua pièce clownesca. Ciò che ha reso la performance della Teresa di Puglia un unicum è il suo sbalorditivo curriculum politico scandito da momenti in cui si è spacciata per il Giorgio Mastrota bio di Italia Viva (pianteremo un nuovo albero per ogni nuovo tesserato), poi suggellato nel voto favorevole all’infausto Ddl 2660-A, che non è il nome del figlio di Elon Musk, ma il termine tecnico che definisce il Jobs Act. La legge delega che con un colpo di spugna cancellava intere generazioni di lotte sindacali, proiettando le classi lavorative più fragili a rivivere gli incubi caporaleschi dei propri nonni. Specialmente in quel Sud da cui sia chi scrive, sia il ministro dell’agricoltura vengono e nei cui vortici contrattuali fatti di servilismo lavorativo e asservimento al padrone, sono stati entrambi risucchiati. Eppure niente lacrime per la soppressione dell’articolo 18. Niente occhi umettati per la liberalizzazione selvaggia del voucherato. “Quest’anno facciamo un contratto a voucher”. A vita risuoneranno nella mia testa queste parole pronunciate da tanti capi-padrone nel biennio lavorativo più buio della nostra storia; frase stargate verso quella schiavitù 2.0 che non prevedeva diritti se non quello di tutelare il datore di lavoro nel caso in cui a citofonare in azienda fosse non un cliente ma l’ispettorato del lavoro. Niente ferie, diritti alla malattia e all’infortunio, contributi pensionistici quasi azzerati per un’intera annata e più e tutto a carico dell’anello più debole, con la scusante sbandierata del “tiriamo fuori il nero”. Come se il PIL sommerso di questo paese sventurato fosse generato dal povero cristo che nella stessa terra di Teresa Bellanova portava a casa 400 Euro al mese, frutto di turni massacranti di 12/16 ore moltiplicati per sette (numeri constatati di persona dopo decennale esperienza in terra di Puglia) e non dall’imprenditore che dirottava miliardi su paradisi fiscali, con la speranza che magari un giorno, un politico a caso avrebbe proposto un nuovo scudo fiscale tassato ai livelli del suo gradimento elettorale. Niente lacrime in diretta streaming, niente minacce di dimissioni, scioperi della fame, marce della libertà, per gli amici, i parenti, i compaesani di Teresa, niente di niente per quei milioni di italiani che non hanno avuto la fortuna di farsi folgorare sulla via Rignano. Per loro solo vanga, sudore, umiliazioni e un pugno di mosche sul profilo INPS.

Ultima cosa detta senza particolare spirito diplomatico, vedere Teresa Bellanova Ministro è un insulto alla decenza di una società civile e alla dignità di milioni di italiani costretti ad abbandonare la propria terra perché malgrado fior fior di titoli, il bel paese offriva loro un contratto al McDonald o una “stagione a voucher”. Informo chi si nasconde dietro il dito della non necessarietà di titoli per ricoprire incarichi istituzionali, che per un normalissimo lavoro in Poste Italiane o presso Ferrovie dello Stato è necessario titolo di studio superiore e con discreta votazione finale. E che i titoli servono! Servono come scudo della meritocrazia, servono a conferire autorevolezza, credibilità, servono come prova di competenza. E un Ministro di uno stato fra i cofondatori dell’Unione Europea, non può, non deve limitarsi a possedere una striminzita terza media. Con quel titolo Teresa, io non ti assumerei neanche a voucher.

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