Tecnologia e pandemia – parte 2

Tecnologia e pandemia – parte 1

Oramai i giorni di quarantena sembrano quasi un ricordo lontano e lentamente stiamo riacquistando terreno nel mondo. Però uscirsene puliti senza aver imparato la lezione è un peccato veniale che non possiamo permetterci e, pur facendo gli scongiuri che il caso richiederebbe, il governo dovrebbe già preparare un piano di emergenza per contrastare eventuali future pandemie.

Abbiamo visto nella prima parte di quest’articolo pubblicato nella edizione precedente di Zadig, di come la Corea ha saputo rispondere prontamente al COVID-19 senza costringere nessuno che non avesse chiari sintomi di infezione a quarantena forzata. In quel caso la fase di tracing abbinata alla tecnologia ha giocato un ruolo fondamentale e si è rivelata particolarmente efficace. Ma nulla è arrivato gratis e, a causa delle precedenti pandemie, la Corea ha imparato la propria lezione e, di sicuro, il loro protocollo si sarà arricchito di ulteriori elementi con quest’ultima esperienza.

Mi auguro che Conte e i 400 saggi identifichino sin da subito gli aspetti dove l’Italia ha sofferto maggiormente e capiscano come, invece, andrebbero affrontati, partendo dai reparti di terapia intensiva, burocrazia, scuole a distanza, ecc. Bisogna anche ricordarsi che le emergenze non si manifestano solamente a livello nazionale con epidemie di simile portata, ma possono anche essere disastri ambientali come terremoti o guerre o invasione di cavallette.

Piazza del Duomo a Milano – foto di Toshiro

In ogni modo in condizioni di emergenza dove la salute è messa a rischio il governo dev’essere in grado di tracciare ogni cittadino per garantire scientificamente il suo benessere. La videosorveglianza installata in ogni luogo pubblico è sicuramente un primo passo. Si possono anche abbinare algoritmi di conteggio delle persone e calcolo della distanza tra individui. Si può, in questo modo, identificare la popolazione in uno spazio pubblico e la sicurezza di questi.

I cittadini potranno utilizzare un’applicazione di tracciamento che il governo dovrebbe già iniziare a sviluppare e testare col tempo su campioni di popolazione. App simili sono già state sviluppate, basti pensare ad “Immuni”, ma anche a “Unità di crisi” sviluppato dalla Farnesina per chi viaggia all’estero. La nuova applicazione comunica con hub sparsi per la città, come se di tanto in tanto qualcuno ci chiedesse per strada “come stai?”. Assieme ai dati provenienti dalle telecamere si ottengono informazioni più complete sulla popolazione e sulla bontà degli spazi comuni, per cui un cittadino potrebbe consultarsi con una mappa su dove sia più sicuro andare.

Ovviamente non si possono costringere tutti a farsi tracciare ed entrano in funzione  algoritmi nelle telecamere di sorveglianza che possono utilizzare la teoria fisica delle lacune degli elettroni per tracciare gli spostamenti di coloro che non hanno l’applicazione. In questo caso si potrebbero intensificare i controlli nelle zone con maggior presenza di lacune.

I dati degli spostamenti delle ultime due settimane (nel caso del covid) verrebbero memorizzati su un server e di giorno in giorno cancellati quelli più vecchi. Si può risalire a questi dati anche attraverso carta d’identità. Ogni individuo sarebbe virtualmente marcato con un bollino rosso o verde a seconda del suo stato, per cui, o tramite app oppure tramite documento, si potrebbe esibire il proprio stato per accedere in negozi, musei e teatri, mantenendo aperte tutte le attività.

Alla fine dell’emergenza tutti i dati devono essere incondizionatamente eliminati e questo deve essere garantito dalla legge. Mentre ogni applicazione di tracciamento ed identificazione deve essere rilasciata open source, ossia col codice sorgente consultabile da tutti.

Se, invece, siete davvero preoccupati della vostra privacy vi inviterei a considerare come Google e Facebook fanno già questo da anni senza avercelo mai chiesto. In questo caso i dati sono conservati secondo regole che non conosciamo, in luoghi che non conosciamo ed utilizzati in modi che, ovviamente, non conosciamo.

Vanno anche migliorati i servizi pubblici e sfoltita la burocrazia. Un addetto all’anagrafe alla richiesta del rinnovo della carta d’identità, che solitamente avviene previa prenotazione, compila un semplicissimo form dalla intranet. Perché non consentire l’accesso di questi form alla cittadinanza e richiedere i documenti necessari stando a casa propria? In Corea, per esempio, i cittadini non sanno nemmeno dove si trovi l’ufficio dell’anagrafe.

Durante la pandemia abbiamo anche assistito ai server dell’INPS che sono andati in tilt per l’eccessivo numero di richieste. Non possiamo permetterci di bloccare tutto l’apparato burocratico e dobbiamo sin da ora iniziare a lavorare per migliorare la robustezza e la semplicità dei servizi pubblici. Ne beneficieremo, sicuramente, anche nella vita quotidiana.

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