Repubblica all’italiana

Il 2 giugno si celebra il Referendum più famoso d’Italia, quello che sancì la fine del Regno dei Savoia, con Umberto II ultimo Re d’Italia.

La modella Anna Iberti immortalata dal fotografo Federico Patellani

Il sorriso della bellissima modella Anna Iberti, con il politicamente corretto e moderato titolo “È nata la Repubblica Italiana” del Corriere della Sera, offre all’immaginario collettivo un periodo di festa e celebrazioni.

In verità dal Referendum alla reale proclamazione ci vollero altri 18 giorni di tira e molla, negoziazioni, intrighi, cavilli burocratici e stratagemmi all’Italiana che vedono le due parti, repubblicani e monarchici, separarsi col broncio.

Eppure non sembrava complicato: con il decreto luogotenenziale del 16 marzo 1946, nell’articolo 8, il re affidava al governo provvisorio il compito di organizzare il referendum: “Con decreto del Presidente del Consiglio del Ministri (i famosi DPCM, ndr) […] saranno emanate le norme relative allo svolgimento del referendum”. Così che, a suffragio universale, gli italiani, il 2 giugno, furono chiamati alle urne, compreso lo stesso Umberto II.

Il 7 di giugno, però, un gruppo di studiosi dell’Università di Padova che faceva fatica a farsi i fatti propri, riesce a trovare un’ambiguità nel decreto dove viene contestato il concetto stesso di maggioranza. L’articolo 2, infatti, recita “Qualora la maggioranza degli elettori votanti si pronunci in favore della Repubblica, l’Assemblea […] eleggerà il Capo provvisorio dello Stato”. Quindi la maggioranza va calcolata sul numero di elettori (ossia il quorum) e non sui voti totali, per cui le schede bianche o nulle andrebbero conteggiate a favore del monarca. Lanciato il pomo della discordia, si apre un vivace dibattito che Montanelli afferma derivare dalla “scarsa diligenza legislativa che rende l’Italia il terreno di coltura ideale dei cavilli”.

Improvvisamente la posizione del re Umberto si vede rafforzata: a prescindere dall’esito stesso, l’ambiguità legale forniva un pretesto di irregolarità e, nel caso migliore, non sarebbe cambiato nulla.

Alcide De Gasperi nominato Presidente del Consiglio del Governo Temporaneo che organizzò il Referendum

Il conteggio dei voti avviene ufficialmente alle ore 18 del 10 giugno. Mancano solo i risultati di 121 sezioni, poco più di 75 mila voti. La tensione è palpabile: nella grande sala Sala della Lupa, a Roma, i giudici della Cassazione assieme ai membri del governo, giornalisti e fotografi osservano in silenzio lo svolgersi della conta; due grandi calcolatori a manovella, uno per i repubblicani ed uno per i monarchici, rumoreggiavano ritmicamente con l’aggiungersi dei voti. Tutt’ad un tratto le macchine si fermano e il respiro dei presenti gela. Il giudice Pagano proviene da una famiglia che per generazioni è stata fedelissima al re e a lui spetta il compito di annunciare l’esito delle somme: quasi sottovoce comunica i 12 milioni di voti che avrebbero chiuso il capitolo e, come una fidanzata gelosa, sorprende tutti aggiungendo che si sarebbero attese le 121 sezioni mancanti prima della proclamazione ufficiale, il cui esito, ovviamente, non avrebbe avuto alcuna influenza.

Nei giorni a seguire, il re si mostrò particolarmente attaccato al trono, che oggi chiameremmo poltrona. Che fare? Tentare un colpo di stato? Dichiarare il governo attuale illegale, metterne su un altro per indire un secondo referendum? Lasciarsi accompagnare alla porta dell’Italia casa sua?

Gli italiani si schierarono in chi voleva il re e chi no, nord contro sud, iniziarono rivolte e guerriglie al punto da indebolire il morale di De Gasperi. In preda alla collera corse da Umberto in quello che fu il loro ultimo incontro e gli disse:

“Senta […] a me non importa nulla, posso sparire domani stesso dalla scena politica. Ho due sole cose a cuore, che ho sempre difeso: l’unità morale e l’unità territoriale dell’Italia. Sono entrambe in pericolo. Non faccia un passo falso. Danneggerebbe oltre tutto la dinastia che sinora si è comportata in modo tale da potere in un eventuale domani aspirare a ritornare. Non rovini la sua reputazione”

Il re prese tempo, ma, alla fine, poco prima dalla lettura dei rimanenti voti, a muso lungo, preparò le valigie e lasciò l’Italia alla penombra, senza cerimonie, senza una transazione legale e senza abdicare ufficialmente. Come un ospite sgradito che si appresta ad uscire dopo un litigio, si volta e con permalosità rilascia un’ultima dichiarazione che vorrebbe delegittimare le scelte del governo:

“Improvvisamente questa notte, in spregio alle leggi ed al potere indipendente e sovrano della Magistratura, il governo ha compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale ed arbitrario, poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’alternativa di provocare spargimento di sangue o di subire la violenza.”

Umberto II all’aeroporto di Ciampino negli attimi prima di imbarcarsi per lasciare l’Italia

Il Governo rispose con una nota amara chiudendo definitivamente la storia dei Savoia:

“Il proclama è un documento penoso impostato su basi false e su argomentazioni artificiose. Esso afferma il falso quando definisce semplice «comunicazione» di dati la proclamazione del «referendum» fatta dalla Cassazione il 10 giugno […] Ameremmo credere che quanto di fazioso si è aggiunto in questa definitiva sciagurata spedizione sia prodotto del clima passionale e avvelenato degli ultimi giorni”.

Il 20 Giugno del 1946 la Gazzetta Ufficiale, che per la prima volta fu La Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, pubblicò il verbale della Corte Suprema di Cassazione e i primi Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che indirizzavano l’Italia ad una nuova epoca Repubblicana.

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