Ritorno alla (a)normalità

Pian piano si ritorna alla normalità, la tanto ambita normalità. Tutti i sacrifici degli ultimi mesi hanno sortito gli effetti sperati ed ora siamo pronti a riprendere terreno, respirare aria fresca, sentire come la brezza ci fa ancora venire i brividi.

Ma siamo sicuri di ricordare bene la normalità a cui ambiamo così tanto? E, soprattutto, siamo sicuri di volerci ritornare? Forse se la ricordassimo bene ci penseremmo almeno due volte.

Dopo un breve periodo dove, nel sacrificio, sembrava avessimo trovato una unità nazionale, nord-sud, bianco-nero, ricco-povero, che ci rendeva orgogliosi al punto di cantare l’inno di Mameli e sventolare il tricolore fuori dai balconi, torneremo a lottare l’uno contro l’altro: terroni contro padani, italiani contro neri e musulmani, lavoratori contro disoccupati. Riparte, quindi, quella guerra dei poveri di cui il sistema si alimenta. Un sistema che arruola politici che sollevano confusione e caos e si avvalgono dell’ignoranza e della memoria corta. Un giorno si lamentano che in carcere non ci entra nessuno e il giorno dopo che in carcere ci entrano in troppi, un giorno urlano contro il MES e il giorno dopo votano a favore; politici che allo scoppio della pandemia accusavano il governo di non aver chiuso a sufficienza e poco dopo lo accusano dell’esatto opposto.

Al loro fianco, stretti al guinzaglio, ci sono i giornalisti che odorano delle feci dei propri padroni a furia di baciare le loro intimità. Quei giornalisti parlano a noi, soldati poveri di guerre che non ci appartengono, non hanno né morale e nemmeno dignità, scrivono per il salario e per convincerci di quali siano le cause giuste per cui combattere. Così che inconsapevolmente ci ritroveremo, in questa ambita normalità, a schierarci a favore del VIP di turno, dei ladri, mafiosi e grandi corruttori. A favore di coloro che ogni anno evadono una somma stimata di 108 miliardi di euro ed additeremo i manettari che, invece, i ladri li vogliono mandare in carcere. Ci ritroveremo schierati nella lotta contro noi stessi, contro il disgraziato che viene aiutato con un reddito minimo, dal costo di circa 10 volte inferiore della refurtiva dei grandi evasori, ignorando che un giorno potremmo essere noi ad averne bisogno.

Torneremo a vivere le nostre vite, due ore di tangenziale e nove ore in ufficio, con un’ora di pausa pranzo. Torneremo nelle nostre abitazioni a rimpinzarci di TV ed ascoltare la chiamata alle armi dei giornalisti, peccato che da casa non si sentano gli odori. I sabati e le domeniche nei centri commerciali ed in vacanza due settimane l’anno.

Mentre noi eravamo in quarantena il pianeta ha tirato una grossa boccata d’aria e le acque dei mari sono ritornate trasparenti e nuovamente ripopolate da delfini, pesci e meduse. I fumi nell’aria si sono dileguati. Il pianeta non ha bisogno di noi.

Forse la normalità a cui ci apprestiamo a ritornare non è poi esattamente come la ricordavamo, e poi, non è proprio quella normalità ad averci gettato nella pandemia più devastante della storia dell’umanità?

Il Primo Ministro Conte, nel suo discorso alle camere del 21 maggio conclude il suo discorso lasciandoci con un barlume di speranza. Egli sottolinea come l’uscita (anticipata, direi) dallo stato di lock down dev’essere per l’Italia e gli italiani un’ opportunità per comprendere come l’economia deve adattarsi alle necessità del nuovo millennio e come alimentare l’ingegnosità caratteristica italiana. Invita le camere ad intraprendere iniziative che possano aiutare un’ economia più verde per ridurre l’inquinamento e gli impatti ambientali. La famiglia e l’uomo nelle sue diversità devono avere un ruolo centrale per migliorare non solo il benessere economico ma anche spirituale delle persone.

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