Breviario (super)laico

Luca Giordano, Il matematico, Museo Nacional de Bellas Artes, Buenos Aires (Argentina), XVII secolo.

È l’intelligenza che vede, è l’intelligenza che ode e tutto il resto è sordo e cieco.

Epicarmo di Siracusa

Iniziamo questa rubrica come un vero e proprio percorso intellettuale. Il suo titolo è di per sé provocatorio visto che l’espressione “Breviario (super)laico”, da un lato, rimanda ad un testo di preghiere, nello specifico una liturgia cattolica delle ore; e dall’altro, rivendica un carattere laico, pardon “super” laico. Singolare è che il curatore sia pure un teologo e uno storico della cultura di formazione! 

Tuttavia, l’intento non è di imporre preghiere e di sollecitare la lettura di massime apocalittiche “alla Padre Livio”: non spaventiamoci! Al contrario è quello di proporre a cadenza regolare, nello specifico una volta al mese, estratti di opere classiche oppure massime, proverbi e semplici riflessioni che attingono ad una sapienza umana condivisa. La selezione verrà effettuata sia in base ad intuizioni del momento che a spunti offerti da circostanze fortuite o volute. Ad essere chiamate in causa saranno dunque le sapienze del mondo che hanno trovato espressione nella letteratura, nella filosofia, nella pedagogia, nell’epistemologia, più precisamente nella storia culturale (intesa in un senso ampio), senza escludere le grandi tradizioni religiose e, a loro connesse, le riflessioni teologiche che hanno ispirato. Ed è proprio in tale direzione che, evitando di considerare checchessia una sottocultura, scadendo poi in un riduttivismo insulso e limitante, la rubrica sarà superbamente laica: nulla di ciò che può e potrà nutrire la nostra intelligenza dovrà essere escluso a priori, tantomeno per motivi religiosi e teologici. Ecco svelato il nostro criterio e la nostra comprensione della laicità – di certo non soltanto la più giusta, ma anche la migliore. Infine, un breve commento seguirà sempre la citazione o l’estratto proposto.

Qui tale programma è condensato nella bellissima sentenza attribuita al filosofo (siculo?) Epicarmo di Siracusa, vissuto tra il VI e il V secolo prima della nostra era. Si tratta di una figura poco nota, sulla quale certamente aleggia un’aura di mistero. Secondo alcuni, egli sarebbe stato legato al pitagorismo e, in qualità anche di commediografo, avrebbe avuto dei contatti con il celebre tragediografo greco Eschilo. La massima oppone una realtà ben precisa, l’intelligenza, della quale si definiscono con precisione le funzioni – ancora meglio le proprietà – della vista e dell’udito, ad un generico “resto” che non vede e che non sente, e che si potrebbe intendere come la stupidità. Soffermiamoci un istante sul verbo “vedere” e, tra le sue diverse possibili traduzioni in greco antico, approfondiamone tre. Se attraverso blépo si esprime l’atto fisico del vedere, l’osservazione elementare e di superficie, tramite theoréo si rinvia ad un guardare più attento, ad uno scrutare più intenso, mentre horáo indica la contemplazione. Non sveleremo quale, tra questi verbi che rinviano al campo semantico del “vedere”, sia presente nella sentenza in lingua originale. Ciò che preme evidenziare in questo spazio è che, per Epicarmo, la prima funzione dell’umana intelligenza è quella di osservare, vale a dire di constatare con lo sguardo l’essere situati nel kósmos, in un insieme ordinato e definito da precise leggi. Ecco l’importanza dello sguardo come ingresso nel mondo e nella storia. Ritengo che, per il filosofo di Siracusa, il vedere dell’intelligenza sia per sua natura “inglobante”, supponga cioè tutti gli aspetti presenti nei verbi sopracitati: una constatazione superficiale e fisica, una visione più attenta e, infine, quasi a coronamento, una contemplazione della bellezza e della complessità del reale. L’opera dell’intelligenza è sempre, come lascia intendere l’etimologia della parola, un intus legere, un “leggere dentro” certo, ma come movimento dell’essere umano che osserva dentro di sé per poi aprirsi alla lettura di ciò che lo circonda, di quel mondo e di quell’universo di cui fa parte per il semplice fatto di esservi letteralmente e continuamente immerso. Poste queste premesse, possiamo affermare che l’esercizio dell’intelligenza, l’atto del comprendere, del concepire, sprigionerà sempre suoni e immagini di senso che aspettano di essere condivisi, ascoltati e contemplati.

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